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Luca Manfredo scrittore

Differenza tra capo e leader

Sul lavoro, leadership o semplice figura direttiva?


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Il mondo del lavoro è cambiato, e per certi aspetti non in meglio. Sono richiesti sempre più sforzi per raggiungere un risultato competitivo, qualcosa che può essere ottenuto solamente dalla classe operaia. Una grande azienda può avere i migliori dirigenti al mondo, ma se nessuno crea il prodotto finito, l’azienda chiuderà presto e comunque i battenti.


Chi lavora come dipendente lo sa bene. I superiori amano fare pressione per obbligarci a rendere di più, bacchettandoci ogni volta che non soddisfiamo le loro sempre più alte esigenze, magari pretendendo anche che anticipiamo ogni volta i loro desideri come se fossimo in grado di leggere nelle loro menti.

Pressioni. Carichi di lavoro sempre più alti e tempi più stretti. Cumuli di pretese e responsabilità. Lo stress che ne deriva è davvero alto, alla lunga. Ma è il mondo del lavoro.


Se a tal proposito non si può cambiare il mercato da soli, l’organizzazione interna di un’azienda può invece fare davvero molto per i propri dipendenti e collaboratori.


Al mondo servono più leader che capi.

Sembra la frase di uno slogan pubblicitario, ma ciò incarna una verità sempre più solida.

Graficamente, ho ritenuto opportuno rappresentare la disparità tra un capo e un leader con questa grafica.


Per me, un capo è colui che impone semplicemente ordini; un leader, invece, guida con l’esempio.


Negli anni di esperienze lavorative ho notato ogni volta una grave mancanza di leadership.

Essere leader non significa avere il potere, i soldi o la fama. La leadership fonda le proprie radici nell’umiltà, nella conoscenza di se stessi e nel desiderio di mettersi in gioco per primi, di porsi in discussione, di mettere il benessere di chi collabora con lui, o lei, tra le cose più importanti. Il leader è il tipo di persona che non comanda dalle retrovie ma dalla prima linea, assumendosi le responsabilità insite nella sua posizione e mettendosi in gioco per primo e con grande impegno. Per questo motivo il leader diventa un esempio da seguire, qualcuno da imitare e cui dare una mano non per dovere ma perché lo riteniamo giusto.


Mi viene in mente l’esempio degli antichi re in battaglia contrapposto a quello dei politici di oggi.

Il politico emette ordini standosene seduto nel suo ufficio, dietro la sicurezza di una scrivania, ben lontano dai campi di battaglia. L’antico re, invece, cavalcava in prima linea, guidando le proprie truppe verso la battaglia, a spada tratta.


Non che ogni responsabile o dirigente debba lanciarsi in combattimento per dimostrare onore e valore, ma non per questo la battaglia non gli compete. Cambia il terreno di scontro e il contesto, ma il leader si riconosce dalle sue azioni, da come sa ispirare le persone che gli o le stanno attorno lavorando in primis su se stesso, comprendendo che le persone sotto le sue direttive non sono numeri ma esseri umani. Tutti abbiamo momenti di debolezza; anche i leader ne hanno. Ma è come si guarda ai problemi e si agisce di conseguenza che fa la differenza tra un capo dispotico e un leader.


Rispetto delle persone e dei valori comuni, comprensione delle fatiche altrui e incoraggiamento nei momenti difficili anziché lamentele e critiche continue con toni rimproveranti e discriminanti, sono ciò che permette alle persone di rendere meglio sul piano professionale.


Mi viene in mente una citazione di Richard Branson, grande imprenditore inglese con più di 400 aziende al seguito, che dice:


Forma le persone così bene che possono andarsene via, ma trattale altrettanto bene che invece scelgano di restare.


Il mondo ha davvero bisogno di più leader e meno capi. Il mondo ha più bisogno che mai di gente che ispiri, non che sbraiti semplicemente ordini dall’alto in basso. O, almeno, io la vedo così.


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Alla prossima.

 

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