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Luca Manfredo scrittore

Vertice sul clima COP25 di Madrid

Quali decisioni e promesse sono state prese?


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Per fare iniziale chiarezza, inizio con lo spiegare che cos’è la COP. La COP è un organo decisionale promosso dall’ONU creato apposta per le Conferenze sul Clima.


In quest’occasione, sono convocati i governi mondiali, con cadenza annuale, per discutere sui cambiamenti climatici e cosa essi comportano in termini di degrado ambientale, e sulle ripercussioni che possono o avranno su persone ed economie.


Agli incontri COP vige la parità tra Paesi per quanto riguarda il peso delle votazioni; che si tratti di un Paese in via di sviluppo, uno povero oppure una “superpotenza”, non cambia nulla. Tutto ciò serve al fine di consentire a ogni partecipante di far pesare la propria opinione in materia ambientale, con un peso identico a quello di chiunque altro.


In tale sede, si discute appunto di accordi e manovre per combattere i cambiamenti climatici, stilando due liste tra le decisioni accolte e quelle rimandate (non respinte). Ognuna di queste decisioni è determinata dal principio di maggioranza, tenendo ben saldo quello di parità tra i voti, come già accennato in precedenza.


COP25 indica la 25esima edizione della Conferenza sul Clima.


Quest’anno, la COP25 si è tenuta a Madrid. E, vagliando le decisioni prese e messe nero su bianco, le cose non sono andate per nulla bene.

L’incontro è stato uno dei più lunghi della storia del COP dalla sua fondazione, nel 1995, con ben 42 ore di trattative. Tutto questo tempo per giungere a quasi nulla. Davvero una delusione, tenendo conto dell’aggravarsi delle condizioni climatiche.


La delusione più grande è stata il fallimento legato al Carbon Market.


Cos’è il Carbon Market?

Il Carbon Market è un mercato che regolamenta i prezzi legati alle emissioni di CO2 prodotte. In primis, questo mercato ha lo scopo di incoraggiare i Paesi che si avvalgono del carbone fossile e combustibili fossili per produrre energia a migrare verso altre fonti più pulite e/o rinnovabili.

In parole povere, il Carbon Market stabilisce una tariffa più alta in proporzione alle emissioni di CO2 del Paese preso in esame.


Il fallimento legato al Carbon Market parte proprio dalla definizione di questo mercato. Ancora oggi, le tassazioni sono inferiori ai guadagni, e questo ha portato al voto contrario da parte di quei Paesi che traggono gran parte dell’energia elettrica proprio dal carbone fossile. Stiamo parlando in primis della Cina e dell’India, i grandi consumatori di carbone fossile. A questi si aggiungono Russia e Arabia Saudita, entrambi grandi fornitori di petrolio. Per altri motivi, a fare resistenza alla stipulazione di un accordo a favore del clima si sono schierati anche Sudafrica, Australia e Brasile.


E non dimentichiamo gli Stati Uniti.

Il Presidente Donald Trump aveva già avanzato la decisione di uscire dagli Accordi di Parigi, e ciò sarà effettivo il 4 novembre 2020, proprio in clima di elezioni americane. Ciò non solleva, però, gli Stati Uniti ad astenersi dagli incontri sul clima, appuntamenti in cui i portavoce continueranno a difendere gli interessi della nazione.


Tutto è rimandato a novembre 2020, rendendo il COP25 un incontro quasi inutile ai fini di accordi costruttivi. Insomma, una delusione, anche tenendo conto del Green Climate Fund, un fondo comune in cui i Paesi più forti versano denaro per favorire la riduzione delle emissioni di anidride carbonica e l’aumento della forestazione a quelli in via di sviluppo o povertà.

La rabbia che sorge nasce dal fatto che i Paesi oppostisi agli accordi possano anche prelevare dei soldi da questo fondo. Oltre a non volersi impegnare per ridurre le emissioni, si prendono anche i soldi destinati allo scopo opposto. Complimenti!


Ecco i numeri, accessibili proprio dal sito Green Climate Fund


Cina = 1.4 miliardi $

India = 546.6 milioni $

Brasile = 2.2 miliardi $

Sudafrica = 2.3 miliardi $


Almeno si fossero astenuti dal prelevare dal fondo avrebbero di certo fatto una figura migliore!


L’unica piccola vittoria è stata una dichiarazione d’intenti da parte di molti Paesi d’Europa, che si sono impegnati a ridurre le emissioni già dal prossimo anno, decisione da cui gli Stati prima elencati si sono ovviamente astenuti per motivi economici.


Tutto rimandato al COP26 di Glasgow, dove si spera che qualcosa possa cambiare. E intanto passerà un altro anno con nulla di fatto, nonostante i dati riportino esplicitamente che dal 2015 le emissioni globali di CO2 sono cresciute del 4%. Ciò significa che prima di giungere al punto di non ritorno, stimato nel 2030, dovremo poi ridurre del 7% all’anno le emissioni. Un bello sforzo collettivo, azioni cui tutti noi dovremo prendere parte.


Ora, non essendo un giornalista e non dovendo difendere alcuna parte, posso finalmente esprimere la mia opinione in queste ultime righe.

Secondo l’OCSE, se la situazione non cambierà nel 2050 l’aria raggiungerà la 685ppm (parti per milione). Ciò significa che l’aria sarà tossica, con un incremento doppio delle morti premature dovute al solo inquinamento dell’aria. A causa di ciò, scompariranno molte specie vegetali e animali, rendendo più difficoltoso l’accesso al cibo, soprattutto in concomitanza con l’aumento della popolazione mondiale. Questo comporterà la necessità di più acqua potabile, ma l’innalzamento della temperatura globale sopra i 2 gradi porterà all’innalzamento degli oceani, la cui acqua, già di per sé inquinata, contaminerà le falde e altre fonti di acqua dolce, decuplicando il numero di persone che faticheranno a reperire cibo e acqua necessari a un sano stile di vita.

Alla luce di questi dati concreti, le nazioni che pensano solo ai soldi e a ciò che possono comprare, un giorno o l’altro, quando l’ambiente si rivolterà contro di noi, potranno provare a mangiarsi quelle stesse banconote e vedere se riescono a campare qualche mese di più.

Ma, come sempre, i potenti saranno sempre gli ultimi a pagare per i loro errori. Prima di loro, c’è la gente comune da sacrificare.


Perdonatemi lo sfogo, ma quando sento che alle persone non gli importa nulla dell’ambiente in cui vivono, questo mi lascia solamente una grande amarezza. Se non vogliono farlo per loro stessi, dovrebbero almeno pensare ai propri figli.


E con un po’ di amarezza e speranza per un futuro meno grigio, quest’articolo termina qui. Se questo ha chiarito qualche dubbio o curiosità, mettete un like alla pagina facebook Luca Manfredo, così da restare aggiornati sui prossimi articoli in uscita.

Alla prossima.

 

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